V EDIZIONE

Taormina, 3 – 6 Gennaio 1997

V PREMIO EUROPA PER IL TEATRO

Con la quinta edizione, per la prima volta, si sconfina dall’Europa rendendo omaggio a Robert Wilson e alla dimensione planetaria del suo teatro: Wilson anima, con sorprendente calore e vivacità, il convegno a lui dedicato e presenta un nuovo spettacolo, Persephone.

Il Premio Europa Realtà Teatrali viene assegnato ex-aequo al Théâtre de Complicité, compagnia inglese fra le più interessanti degli ultimi tempi e alla rivelazione Carte Blanche-Compagnia della Fortezza che da anni porta avanti l’idea del teatro come riscatto per la libertà e per la dignità umana, lavorando con attori-non attori reclusi nelle carceri italiane di Volterra.

La sezione “Ritorni” propone uno spettacolo di Anatolij Vassil’ev, Le lamentazioni di Geremia, ispirato alla spiritualità, alla musica e ai rituali ortodossi e, in anteprima mondiale, quadri da Amleto di Nekrosius.

Alla V edizione del Premio Europa è dedicato il volume Robert Wilson o il Teatro del Tempo, a cura di Franco Quadri con la collaborazione di Alessandro Martinez.

Robert Wilson

Motivazione

La Giuria della quinta edizione ha assegnato all’unanimità il Premio Europa per il Teatro a Robert Wilson riconoscendo nella sua opera trentennale l’intento di una personale reinvenzione dell’arte scenica, di cui ha rimesso in questione la dimensione temporale e rintracciato quelle spaziali, mentre rifiutava una mera riproduzione del reale a profitto di una visione astratta o informale del teatro e ne ridefiniva anche i ruoli con un intervento ogniqualvolta possibile globale nella creazione dei propri spettacoli in cui ha assunto le funzioni di autore, regista, attore, scenografo, magico light-designer. Architetto per formazione, l’artista ha perseguito un linguaggio interdisciplinare che non ha ignorato le arti visive nel coltivare l’importanza dell’immagine e ricorrendo al supporto non occasionale della musica, s’è accostato alla danza e ha cercato nello stesso tempo nella parola valori di pura sonorità, in un’ideale tensione verso una forma di teatro totale.
Se è stato detto che le sue opere possono venire considerate per la loro coerenza espressiva parti di un’unica opera in continua elaborazione che ne costituisca la sintesi, Wilson è venuto a confrontarsi allo stesso tempo con diversi generi, avvicinandoli grazie alla conformità del linguaggio: s’è provato in spettacoli di testi classici e di novità scritte appositamente; e per questo ha stimolato scrittori dell’importanza di Heiner Müller, col quale ha stabilito un particolare sodalizio, o di William S. Burroughs; s’è dedicato quindi ad inscenare opere letterarie non teatrali spesso adattate informa di monologo con l’interpretazione di grandi attori, qualcuno addirittura storico come Madelaine Renaud e Marianne Hoppe; s’è cimentato nella regia lirica e di balletto, ha creato musical sui generis con la collaborazione di illustri personalità emergenti, ha promosso performance in particolare con Christopher Knowles, ha diretto per la moda spettacoli di sfilata, per non dire della sua attività di designer e di artista visivo, manifestata tramite pitture, sculture, installazioni, opere grafiche, mostre, ottenendo anche il maggior premio della Biennale di Venezia.
Ma non si fa del nuovo senza mutare le concezioni organizzative e a questo campo va ascritto un impulso determinante dell’artista alla coproduzione tra i festival già dagli anni ’70 , la creazione di spettacoli – prototipi traducibili in diversi paesi con nuovi cast, e anche l’ideazione di opere seriali da completare a distanza di tempo e di sedi produttive. Gli si deve un abbraccio tra i teatri di differenti paesi, lingue, stili, tradizioni. Anche coinvolgendo squadre sempre più larghe e internazionali di collaboratori, Wilson non ha comunque mai rinunciato a imprimere personalmente in una produzione ogni giorno più vasta l’impronta diretta della sua presenza perfezionista. E gli va riconosciuta la destinazione dei proventi in un immane lavoro al centro di Watermill, palestra di sperimentazione e di formazione giovanile, che lo ha riportato ai suoi inizi di insegnante e lo ha aiutato a conservare, nel contatto permanente con i giovani, le risorse di un’inestinguibile freschezza.

III Premio Europa Realtà Teatrali

CARTE BLANCHE – COMPAGNIA DELLA FORTEZZA

ARMANDO PUNZO

Motivazione

(ITALIA) Da 9 anni la “Compagnia della Fortezza” diretta da Armando Punzo persegue, superando con fatica e coerenza le più varie difficoltà e insidie, l’idea di un teatro che è riscatto e liberazione, affermazione della dignità che ogni uomo può e deve rivendicare.
Da “Masaniello” a “Marat Sade”, da “Prigioni” al recente “I negri” l’esperienza iniziata e laboriosamente consolidata all’interno del carcere di Volterra è divenuta un evento che ha suscitato interesse e partecipazione a livello italiano e internazionale. Introducendo l’immaginario teatrale all’interno della istituzione carceraria è stato realizzato un percorso grazie al quale un inedito dialogo e una nuova forma di comunicazione si sono stabiliti tra gli attori-carcerati e gli spettatori raccolti all’interno e all’esterno del carcere.
Ne “I negri” gli attori-detenuti, mettendo in scena se stessi, ammoniscono la società che li guarda e danno vita a uno spettacolo ironico e feroce, di una evidenza forte e nuova. Il dramma di Genet è stato integrato dal libero apporto degli interpreti, in un gioco di invenzioni e finzioni che fa rivivere la classica struttura del teatro all’interno del teatro. La genesi del teatro di Genet è così descritta da Armando Punzo: «Avevamo cominciato a lavorare su Moby Dick di Melville, ma alla fine il progetto non ci convinceva.
È stato in quel momento che ho riletto “I negri” di Genet e sono rimasto folgorato dall’intuizione che c’è alla base, la storia di una compagnia di negri che recita per gli spettatori bianchi un dramma impregnato su un delitto commesso da negri ai danni di una bianca. E mi sono detto: ecco i negri sono loro, loro che stanno chiusi qui dentro, mentre i bianchi sono gli spettatori che vengono dal di fuori». Dal progetto è nata un’inedita cerimonia sacra e dissacratoria, dove la provocazione è l’estrema risposta a una condizione di disagio, in cui lo spettatore percepisce con bruciante evidenza la propria condizione di bianco libero e innocente. In questa cerimonia colpisce la capacità di reinventare il linguaggio esaltando le possibilità e l’espressività degli attori, ma anche l’audacia con cui si colgono e si portano alle estreme conseguenze gli spunti offerti dal testo di Genet per cui agli “esclusi” non rimane che il teatro per comunicare.

THÉÂTRE DE COMPLICITÉ

Simon McBurney

Motivazione

(REGNO UNITO) Il Théâtre de Complicité, fondato nel 1983, è una delle compagnie teatrali britanniche più originali e piene di inventiva. Fu creata da quattro giovani il cui obbiettivo era quello di portare nel teatro britannico, prevalentemente testuale, le discipline fisiche che avevano appreso alla Scuola di Mimo “Jacques Leqoc” a Parigi. Ma negli ultimi tredici anni la compagnia non ha solo acquisito rinomanza internazionale, è anche cresciuta organicamente. Oggi unisce sapiente arte mimica alla esplorazione di testi letterari complessi. Ha forgiato un suo proprio stile brillante ed irripetibile che le fa ben meritare il Premio Europa Nuove Realtà Teatrali. I membri fondatori erano Simon McBurney, Marcello Magno, Fiona Gordon che avevano studiato a Parigi ed Annabel Arden che era stata compagna di corso di Simon all’Università di Cambridge. La prima produzione, Put It on Your Head, ambientata in una località balneare inglese e pervasa di una oscura comicità, riscosse un’attenzione modesta. Poi seguirono una serie di spettacoli che trattavano di argomenti come il nostro atteggiamento rispetto alla morte, al cibo, al Natale, alla vita d’ufficio. Gradualmente Complicité si costruì un suo seguito per la sua ottica originale, la commedia tinta di grottesco e la mimica straordinaria. Ma per sfondare dovette attendere il 1988, quando presentò per ben 15 settimane di fila il suo lavoro all’Ameida Theatre di Londra, includendo per la prima volta la sua messa in scena di un testo teatrale già esistente: una sua versione di The visit di Durrenmatt, che conteneva un’interpretazione d’eccezione di Kathryn Hunter nella parte di una riccona vendicativa e che usava il mimo per ricreare l’atmosfera di una piccola squallida città europea. Peter Brook, che assistette allo spettacolo, lo giudicò superiore alla versione che ne aveva fatta lui alla fine degli anni ’50. Da allora Complicité è diventata una delle compagnie più ricercate nel circuito delle compagnie itineranti internazionali ed ha messo in scena vari adattamenti di testi letterari, tra cui Street of Crocodiles di Bruno Schulz, The three lives of Lucie Cabrol di John Berger e Foe di J. M. Coetzee. L’ampliamento della sua gamma interpretativa e della sua varietà stilistica non è avvenuto a scapito dell’istinto alla sperimentazione e della disciplina fisica. Soprattutto Complicité mostra una straordinaria abilità nel ricreare intere comunità come, ad esempio, una piccola città polacca in Street of Crocodiles e un villaggio di contadini nelle Hautes-Alpes in Lucie Cabrol. Complicité sta al momento lavorando a una co-produzione del Cerchio di gesso del Caucaso di Brecht con il National Theatre britannico. Resta tuttavia una delle compagnie più audaci autenticamente sperimentali che lavorino oggi in Europa.

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